Fanfictions ~ Un mondo di dolci sogni, dove ognuno può vivere e sognare ad occhi aperti

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Survive, one-shot x concorso di ff
icon9  view post Posted on 23/8/2008, 15:24P_QUOTE
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@ novalee
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 21/11/2009, 23:30


Rating: giallo
Genere: Triste
Personaggi: Edward

Survive



"Addio". In un lampo fuggii da lei. La vidi tendere le braccia e urlare qualcosa ma ne seniti solo un sussurro…"Aspetta!"
No, adesso basta amore. Non posso aspettare. Correvo veloce, sempre più veloce, con rabbia, con dolore, con disperazione....appena passata La Push raggiunsi il mare e lasciai tutti i vestiti sulla spiaggia. Mi buttai e ripresi la mia folle corsa, nudo, senza più maschere, senza più finzioni, senza più inibizioni...non ero Edward l’umano attento, ero Edward il vampiro. Accellerai. Tokyo, Taejon, Qingdao, Xining e poi Kabul, Teheran, Tabriz, Smirne, Atene, Roma, Marsiglia, Santiago di Compostella e di nuovo mare...New York, Columbus, Chicago, Salt Lake City, Sacramento e Forks. In meno di un’ora avevo fatto il giro completo del mondo. Mentre mi avvicinavo a casa sentii un odore famigliare, Carlisle, e perlustrai con la mente i dintorni, pronto a fuggire da mio padre. Ma non c’era nessuno. Filai in casa fino alla mia stanza, dove aprii la valigia. Mi vestii, badando a sentire tutto il dolore della mia sconsiderata azione. Finito, presi la valigia e rimasi un attimo sulla soglia. La mia stanza era pregna di ricordi dolorosi. Bella. No, non ora. Chiusi la porta e scesi le scale fino all’ingresso. Mi voltai. Per l’ultima volta guardavo la mia casa...chissà tra quanti anni sarebbero tornati ad abitarci. Io non ci sarei stato, lo sapevo bene, potevano tornare solo dopo la morte di tutti quelli che ci avevano conosciuti. Bella compresa. E io l’avrei seguita. Per un attimo il mio sguardo cadde sul tavolo del salotto. Una chiave attaccata ad un portachiavi blu. Raggiunsi il tavolo e la presi: “Isola di Esme”. Si. Era proprio quello di cui avevo bisogno.

Correvo di nuovo attraverso il Messico, poi attraverso il Venezuela fino al Brasile. A Rio andai al porto e cercai Juanito. Era un omone grosso, scuro di pelle, di origini spagnola. Lo raggiunsi e mi condusse al casotto sul porto. Senza fare domande, la mia espressione faceva intendere chiaramente che non ne volevo, mi consegnò le chiavi della barca di Carlisle e andò via. Saltai sulla barca e misi in moto. Velocemente uscii dal porto e schizzai a tutta velocità in mare aperto. Dopo un’ora circa vidi le prime palme e la baia sull’oceano. Attraccai e legai la barca, poi mi incamminai verso la casa, col cuore che batteva forte, impaziente di sentire il dolore. Entrai nella graziosa casetta che mio padre aveva ragalato a Esme molto tempo prima. Feci in tempo a chiudere la porta e appoggiare la valigia sul divano, poi le ginocchia mi cedettero e crollai.
Raggomitolato a terra, soffrivo come un’animale, distrutto dalle ondate di sofferenza. Se avessi potuto avrei pianto, ma riuscii solo a gemere, disperato. Cercai di farmi male, più male che potessi, sbattei la testa per terra, mi morsi le mani, le braccia, la lingua, ma il dolore arrivava solo dal mio petto. Odiai il mio corpo con un’intensità che non avevo mai provato, odiai me stesso e quello che ero, che mi aveva costretto a lasciare la mia anima bella...la mia stella gemella....Bella. Il ricordo del suo viso mi fece di nuovo male, le sue labbra dolci e calde, il suo viso a forma di cuore, i capelli mordidi e profumati...i suoi baci, le sue carezze....gemetti più forte e lanciai un righio acuto, un ringhio senza inibizioni. Il dolore della sete che avevo provato il primo giorno in cui vidi Isabella Swan non fu niente, niente confronto a questo dolore insopportabile per averla perduta...per avergli mentito dicendogli che non la amavo...che non l’amavo...io che avevo giurato di proteggerla da ogni dolore gli avevo inflitto questo supplizio. Ma lei avrebbe dimenticato...tra dieci, venti o cinquanta anni lei sarebbe riuscita a chiudere questa ferita...magari qualcun’altro si sarebbe preso cura di lei, l’avrebbe accudita e amata in un modo migliore di me....
Il primo giorno avevo sentito i pensieri di ogni studente maschio nella mensa e ero certo che anche uno di loro poteva renderla una persona felice...Mike, Tyler, Eric...i loro pensieri erano sempre protettivi nei suoi confronti e la trovavano bella e simpatica....e non l’avrebbero mai lasciata veramente....amore....
La tristezza si abbattè sulla disperazione e mi permise di ricompormi. Mi alzai con uno scopo preciso. Se l’avevo abbandonata per proteggerla, allora dovevo eliminare ogni possibile pericolo sulla sua strada. Victoria in primis. Si, sarebbe stato il mo scopo da quel momento. Ma per ora no. Avevo bisogno di liberarmi della disperazione visibile almeno, per poter tornare nel mondo degli umani come uno di loro. Si, potevo farcela. Lo avrei fatto per lei. Per Bella. Per la mia unica e sola ragione di vita...io sarei sopravvissuto.

Edited by ;shizuka~ - 7/9/2009, 13:50

E a un tratto... Alexander giace sulla paglia sporca. L'hanno picchiato così tante volte che il suo corpo è un mucchio di ferite sanguinanti; è sudicio, è disgustoso, è un peccatore,
e nessuno lo ama.
Da un momento all'altro, da un istante all'altro, lo metteranno su un treno, in catene, e lo porteranno nell'Ade attraverso la bocca di Cerbero per il resto della sua miserabile vita. Ed è in quel preciso attimo che la luce brilla dalla porta della sua buia cella numero 7, e lì davanti compare Tatiana, minuscola, determinata, invredula. E' tornata a prenderlo.
Ha abbandonato il bambino che ha bisogno di lei per cercare la bestia distrutta che ha bisogno di lei. Resta immobile, in silenzio, e non vede il sangue, non vede il sudiciume, vede solo l'uomo, e allora lui capisce: non è un reietto.
Qualcuno lo ama.


Il Giardino d'Estate


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